Allenamenti presciistici con ripetute

Insegnare a sciare non è molto diverso dall’insegnare qualsiasi altra cosa. Ma dopo tanti anni di attività è lecito domandarsi il fine ultimo di questa professione.

Qualsiasi attività didattica poggia su una relazione, non può essere racchiusa in un protocollo da somministrare  in maniera omogenea a tutti gli allievi, perché ognuno è un caso a sé: siamo tutti diversi.

Nel campo dello sci, specialmente quando arrivano di noi i giovanissimi, ci resta difficile non scegliere la strada dell’insegnamento del gesto attraverso l’imitazione. D’altra parte i bambini come imparano per la prima volta a vestirsi o ad allacciarsi le scarpe? Guardano gli adulti, osservano cosa fanno e lo imitano. Non è possibile, con i più piccoli, instaurare un rapporto dialogico razionale basato soltanto sulla comunicazione orale, ma è necessario coinvolgerli in attività fatte insieme, in cui anche il maestro si mette in gioco con loro.

Allo stesso modo con gli adolescenti non è possibile trattarli con i protocolli applicabili alle squadre nazionali. Si vedono tutti i giorni ragazzi fare allenamenti tra i pali per ore ed ore, con l’allenatore fermo in partenza o in arrivo che dispensa dall’alto del suo sapere consigli tecnici complessi che, per arrivare emotivamente all’allievo, hanno bisogno di essere accompagnati da abbracci, risate, ed altri atteggiamenti che hanno poco a che fare con il ruolo dell’allenatore.

Noi vorremmo riportare l’attenzione sul nostro corpo, sulle sensazioni che si provano ad uscire dallo stato di comfort. E questo si ottiene con un attento lavoro di addestramento che prescinde dall’allenamento nei pali da slalom.

Questo perché, secondo un metodo inventato da altri (per l’appunto da Moshe Feldenkrais) la parte del corpo che per prima si stanca nelle sessioni di allenamento è il cervello, non i muscoli. In una ripetizione di gesti, dopo un certo numero di volte (e non sono poi così tante) sono le cellule cerebrali a stancarsi per prime, ed è per questo che poi si incorre nell’errore motorio. Bisogna fare di meno, molto di meno, ma con maggior consapevolezza.

Abituare il nostro cervello a risolvere situazioni impreviste o imprevedibili è la chiave per costruire un buon atleta. Quindi preferiamo lavorare in un tracciato soltanto per poche discese a sessione, alternando a questo lavoro il fuoripista, gli esercizi di coordinazione, i salti, per andare a stimolare volta per volta aree diverse del nostro apparato percettivo.

Questo a volte può sembrare un percorso più lungo nella formazione di un atleta, ma è l’unica strada per ottenere dei risultati a lunga scadenza.

Oggi si cerca il podio già dalle categorie baby e cuccioli, per mero spirito di vanità o di conquista, senza considerare i danni fisici che spesso attendono i nostri ragazzi (che sono in via di sviluppo e di crescita) sottoposti a sfiancanti training anche durante la stagione estiva, perché bisogna bruciare le tappe e fare prima degli altri.

Il nostro Sci Club ha cercato di proporre una strada diversa, che possa spingere i giovani ad acquisire una consapevolezza di sé, attenzione all’alimentazione, al benessere psicofisico, ad utilizzare ciò che si impara in pista anche nel proprio quotidiano. Il rispetto di sé stessi porta anche al rispetto degli altri, dell’ambiente in cui si vive, a casa come a scuola. Questi per noi sono i valori che si vincono attraverso lo sport, non soltanto coppe e medaglie.

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